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Non
è stato facile trasportare le nostre attrezzature sul
fondo della voragine, abbiamo impiegato circa due ore
per discendere il ripido sentiero di scale e calare con
un paranco le bombole ed i sacchi nell'ultimo tratto
della discesa. Ora siamo in equilibrio precario sulle
ripide sponde del laghetto rese viscide dal fango che
immediatamente si amalgama alle nostre attrezzature. Finalmente
pronti ci togliamo con grande piacere da quella scomoda
situazione scivolando in acqua. Appena sotto il
manto verde la luce naturale è quasi totalmente assente
per cui è necessario accendere gli illuminatori, grazie
ai quali possiamo notare le sponde che fino ad una profondità
di 6 metri degradano sotto forma di franata con massi
incastonati nel fango argilloso; oltre tale profondità
le bianche pareti calcaree del condotto diventano verticali.

La visibilità è buona e migliora con l'aumentare della
profondità, mentre la temperatura dell'acqua si mantiene
costante a 16°. Durante la discesa notiamo numerose aperture
nelle pareti che originano diramazioni di dimensioni variabili
ed aventi tutte una sezione circolare seguendo un andamento
quasi sempre verticale. Alcune di queste creano dei veri
e propri camini paralleli al condotto principale nei quali
è possibile entrare ed uscire a diverse quote. Di tanto
in tanto appaiono incastrati nelle fessure della roccia
o in equilibrio su speroni di calcare, assi e pali di
legno residui evidenti del cantiere realizzato anni addietro.
La galleria verticale ha un diametro massimo di 9 metri
e, a -50 varia il suo andamento inclinandosi verso ovest
cosicché a -55 la superficie non è più a vista. Proseguendo
ci si rende conto di trovarsi in ambiente chiuso, è pertanto
necessario utilizzare tecniche previste per progressioni
speleosubacquee.
La nostra ricognizione termina a 72 metri di profondità
dove notiamo un sensibile restringimento limitato a quella
profondità, subito dopo infatti i nostri fari mostrano
ancora ambienti ampi ed andamento verticale. Torneremo
presto...
Immersioni profonde (trimix):
I
successivi due anni ci vedono impegnati oltre che
nella raccolta di fondamentali dati per lo studio, anche
nell'esplorazione subacquea di questo sinkhole svolta
con attrezzature e tecniche prettamente speleosubacquee.
L'ambiente severo e insidioso rende il nostro lavoro estremamente
faticoso e le operazioni quotidiane per il trasporto delle
attrezzature subacquee e scientifiche vengono effettuate
in condizioni di sforzo prolungato e rischi calcolati;
in questi momenti ci è di fondamentale aiuto l'opera di
amici che non si risparmiano nelle lunghe giornate al
Pozzo del Merro.
Nella primavera del 99 Giorgio ed io, dopo settimane di
preparativi ed allenamenti, siamo pronti per effettuare
l'immersione di punta a -100 metri con l'obiettivo di
prelevare campioni di acqua, rocce e sedimento, rilevare
la temperatura e realizzare il rilievo del condotto.
La pianificazione viene studiata con scrupolo ed insieme
a Simone utilizziamo diversi software per lo sviluppo
delle tabelle deco; il profilo dell'immersione prevede
una rapida discesa respirando nitrox al 36% fino a -33,
una miscela heliair 11/45 che ci darà alla massima quota
prevista di -105, un equivalente narcotico in aria di
-54, ancora l'EAN36 in risalita dai -33 ed ossigeno al
100% a 6 e 3 metri il tutto per una deco massima di 60
minuti.
Simone sarà il nostro "facchino angelo custode";
inizialmente depositerà a diverse quote lungo una cima
bombole di backup caricate con aria, nitrox ed ossigeno,
e durante la risalita ci aspetterà a -60 per assisterci
durante tutta la decompressione. Grazie agli amici "sherpa"
che ci hanno trasportato tutte le attrezzature fino alle
sponde, iniziamo la nostra discesa in condizioni fisiche
e mentali ottimali; si parte e in due minuti arriviamo
al frazionamento finale della cima al quale collego il
capo della sagola che svolgerò dal reel (rocchetti).
Raggiunta la quota dei -70 metri e dopo un parziale
restringimento le pareti di fronte a noi si perdono nel
nero lontane dai fasci bianchi dei nostri illuminatori,
il pozzo continua verticale ed è veramente suggestivo
precipitarci dentro osservando il muro di bianco calcare
sfrecciare veloce verso l'alto. Giorgio è sopra e mi segue
senza mai lasciare la sagola. -100.
Riesco a trovare un vecchio trave di legno in equilibrio
precario su spuntoni di roccia al quale immediatamente
lego la sagola per poi assistere Giorgio durante le operazioni
previste a quella quota; il tempo di annotare orientamento,
inclinazione e dimensioni del condotto e già è ora di
risalire. Ripetiamo il tutto durante la risalita fin quando
intravediamo le luci del nostro safety-diver puntuale
all'appuntamento. Vorrei raccontargli subito ciò che abbiamo
visto ma riesco solo a fargli capire che il Merro non
finisce lì sotto...

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