paolo guzzi  
 

scrittore e critico teatrale

 
 
   

1999

ECOGRAFIE

Campanotto Editore, Udine

Recensione
di Claudio Rendina

 
     

maggio 2003

POESIE 1972-2002

Campanotto Editore, Udine

Prefazione di
Aldo Mastropasqua

 
     
 

 

 


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INVITO

Sabato 25 marzo 2000 alle ore 18

ALDO MASTROPASQUA, LAMBERTO PIGNOTTI, CLAUDIO RENDINA
presenteranno il libro di poesie

ECOGRAFIE di Paolo GUZZI
Campanotto Editore

Sarà presente l'autore
È gradita la Sua partecipazione.



Presso
Libreria Odradek
Via dei Banchi Vecchi, 57
ROMA

Claudio Rendina: ECOGRAFIE di Paolo Guzzi

Parlare di Paolo Guzzi significa istintivamente andare con la mente al teatro.La sua attività di critico teatrale, con la scrittura su riviste di spettacolo, di autore teatrale con i suoi adattamenti da Molière, Kafka, Madàch e Beckett, e di saggista teatrale, con i libri Café-chantant a Roma e Il teatro a Roma, porta inevitabilmente a fissare la sua immagine nel contesto di una ribalta scenica. Con tutto quello che ovviamente sottintende lo scrittore di teatro su un piano culturale, che è la grande attenzione al linguaggio, usato allo stesso modo di come può usarlo un attore, tra tonalità e sfumature giocate abilmente, voce del corpo, con un’apertura linguistica internazionale, preferibilmente francese, per come le sue letture e traduzioni di autori quali Baudelaire, Sade e Balzac fanno chiaramente capire.

In realtà Paolo Guzzi è un poeta. Che è una qualifica, peraltro, a specchio dell’uomo di teatro, perché autore di una poesia che si può definire teatrale, scritta com’è per rappresentare immagini e anche per essere rappresentata; una poesia figurativa alla pari di un quadro virtuale; e ancora, una poesia visiva, e diciamo anche televisiva.Il televisore, esattamente.Quell’elettrodomestico che è il teatro fatto in casa, e che è diventato il nostro pane quotidiano. Possiamo esserne disgustati fino alla nausea, ma in ogni caso «l’elettrodomestico più guardato del nostro secolo», come lo qualifica Paolo Guzzi in nota a Ecografie, la raccolta di testi poetici che presentiamo questa sera (Campanotto editore 199), resta il referente immediato delle immagini da tutto il mondo, capace com’è di fornircele in tempo reale.E questo costituisce un elemento di grande suggestione, in grado di sostituire efficacemente qualsiasi visione sia pur affascinante dal vivo: la televisione è un libro aperto sul quotidiano, che ha la capacità, peraltro, di abbacinare gli spettatori con i documentari più allucinanti, gli spettacoli più sgargianti, le cronache più raccapricianti. E’ il «Quinto Potere» che condiziona l’umanità. E’ lo schermo del trito realismo, il teatro del becero qualunquismo, l’enciclopedia del facile sapere, teso subdolamente a rimuovere il deprimente sentimentalismo e sollecitare il bieco voyerismo. E poi c’è il computer, che è quello strumento tanto straordinario quanto diabolico e disumano che in generale tende a sostituire la scrittura tradizionale, ovvero gli strumenti tradizionali di essa, tra penna e matita, e addirittura a sostituire il libro, la stampa, la biblioteca con compact disk, on line, internet.

Sembrerà strano, ma tutto questo è alla base della poesia di Paolo Guzzi, che guarda il televisore e usa il computer “con sempre più grande meraviglia”, ma senza esserne schiavo.Perché egli in effetti considera ovviamente il televisore come un’emittente negativa di cultura, ovvero una manifestazione d’incultura tout court, e il computer come un alternativa di scrittura, che non è la sua, ma alla sua si oppone e nella sua pericolosamente si inserisce, con il rischio che questa corre di essere sostituita, se non annullata, essere un alter ego ovvero altera. Paolo Guzzi, come tale, guarda il televisore per combatterlo, secondo quanto tiene a precisare egli stesso, ovvero per “servirsene come superficie riflettente, come specchio per pensare ad altro, proporre immagini di bellezza alternativa, ad alta definizione, suggerire pensieri approfonditi”. E parallelamente usa il computer nel tentativo di sovrapporsi ad esso, di domare il mouse, di formattare e non essere formattato.Il che si traduce nella scrittura di un testo che “diventi oggetto, oggetto-libro, oggetto-poesia”, scrive Guzzi, alternativo naturalmente al grande libro della televisione e del compact disk.

Il testo di poesia che dobbiamo attenderci da Guzzi non sarà quindi una lirica romantica o un verseggiare ermetico, ma piuttosto una poesia ricavata sul nostro linguaggio quotidiano.Che è infatti, riconosciamolo, frammentario, perché massmediato, ovvero pubblicitario, ovvero televisivo, ovvero computerizzato; ma che naturalmente in Guzzi diventa artisticamente valido grazie a ritmi e rime interne al linguaggio stesso, potenziato oltretutto da una grande inventiva, che supera la radice televisiva ovvero computerizzata. E allora vorrei qui brevemente ripercorrere il cammino della poesia di Guzzi e segnalare come è approdata ad Ecografie, maturando sugli elementi sperimentali e materiali di una costruzione grafica e fonetica dell’”oggetto libro”, appunto, attraverso quattro precedenti raccolte, lungo trent’anni di scrittura

A cominciare da Consumo pro capite del 1972, che aveva come sottotitolo «Contropoesie», definizione evidentemente qualificante una certa tendenza diversa di fare poesia, peraltro quanto mai evidente nei 3 testi «visivi» che accompagnavano le scritture.In essi si prendeva spunto da immagini della pubblicità e, in un caso, si utilizzava anche la scena di un fotoromanzo in mezzo a frasi montate per costituire un discorso animato da ironia e con doppisensi erotici. Nel 1980 è uscito Moduli di trasformazione, nel quale si veniva formando un linguaggio che, da un lato, faceva i conti, è il caso di dirlo, con concetti di matematica, quali «Frazioni», «Polinomio», «Concetto di radice quadrata», analizzati ironicamente, e, dall’altro, prendeva spunto da un dizionario alla ricerca di vocaboli adatti alla simbologia dei numeri; e comunque cresceva un linguaggio che continuamente si frantumava e si ricomponeva in esperimenti di collocazione, da una parola all’altra, come tessere di un mosaico.Era il linguaggio di una poesia sperimentale che si stava formando, ovvero maturando, per liberarsi in un discorso «continuo».

E questo linguaggio, appunto, si definisce in Continuum del 1985, dove Guzzi stesso presenta i suoi testi, ovvero il suo testo «continuo», come «costruzioni di carte», dove «il linguaggio a volte si inceppa, altrove il verso s’interrompe per una voluta disgrafia, articoli che si elidono senza necessità immediata, per una parola che inizia con vocale nelle vicinanze e a cui sono legati dal significato.Tics mentali, balbuzie del pensiero per una poesia vista come oggetto verticale, una costruzione che abbia profondità anche visiva». Così «Arte poetica» è un testo, come si dice, di laboratorio, che nasce in versi liberi basati su una metrica interna, e sul quale Guzzi fa esperimenti, riscrivendolo in endecasillabi e, in un secondo tempo, al computer, «costituendo un programma con i sintagmi tratti» dal testo iniziale.Si tratta di un esercizio di scrittura poetica, un gioco letterario nel senso più alto del termine, quello che ha trovato nello scrittore francese Queneau un maestro e che in Guzzi si esalta come work in progress; una elaborazione artistica che lo porta ad inventare scene, inserirvi personaggi, fingendo pièces teatrali come autentiche tranches de vie.

Si arriva così, come ha osservato Lamberto Pignotti nella prefazione alla quarta raccolta, Dizionario inverso, a un discorso «che aspira ad avere un corpo», e Guzzi lo fa sfogliando il dizionario per aggredire le parole, sciorinandole in ordine alfabetico in un giro di assonanze e simmetrie di parole che iniziano con la stessa lettera, come questi versi: «Bancomat balordo, Baia dei porci ogni Brambilla / Bionici bus balzano sui bioritmi, / biodegradati bestselleristi ballano bossanova, / bombaroli si bucano coi broker”. Fino a creare, sulla scorta di questo flusso di parole volutamente squilibrate, una serie di figure come questi altri versi: «Saccopelisti in fuga, salutistici cenni e piegamenti, / lanciano in sanremese saluti allo sballato che già ride, / in controcampo, satanista acclamato, che un giorno morirà / col sasso in bocca”. Alla stregua di questa poesia visiva e rappresentativa, arriviamo ad Ecografie, che sono quelle rilevazioni cliniche che tutti conosciamo, e che Guzzi esegue operando «come una centralina segnaletica dell’inquinamento politico-culturale», penetrando a suo agio tra “I sistemi del corpo e gli organi del senso”, che è il titolo della seconda serie del libro, in un’analisi clinica dei “Disturbi”, dai quali si determina una disgrafia, ovvero una difficoltà a trascrivere le parole, pur comprendendole ovviamente, e generando un automatismo verbale con una sorta di visionaria articolazione sintattico-semantica che si ritaglia una propria realtà in un collage linguistico.

L’ecografia fotografa “malessere e disagio affinché si risveglino coscienze addormentate dal frastuono del traffico e della discoteca”, segnala Guzzi, che la mette in pratica tra onde ultrasoniche ad alta tensione inviate sugli organi esaminati, visualizzando sul computer, ovvero sulla pagina, testi programmatici negli stessi titoli.“Il sistema genitale” e “Il sistema endocrino”, “Affezioni della mente” e “Affezioni del sistema”, “Ascoltare”, “Sorridere”, “Guardare” segnalano azioni automatiche scoordinate sulle quali incombe la “Perdita della memoria”. E l’inferno quotidiano affiora in questa “poesia dello sguardo” che è poesia dei sensi visionari, dove il risultato delle ecografie è chiaramente drammatico, secondo una “Conferenza sullo stato di salute”, registrata su una scrittura/lettura che si genera amebicamente attraverso un furore analitico che mastica l’oggetto fisiologico, ovvero si rimastica essa stessa, addentrandosi in un labirinto di parole a specchio delle funzioni fisiche e psichiche del corpo, come queste: “io non sto perché sento, perché mi sdo, / perché quello che sento, che dico / che dicono, non m’accende dal lato sessuale, / non sto perché non sono più erotico, / né più perverso, nel verso, né fuori, riverso / a tempo perso, non sto perché già sto a dire / urina, invece di piscio, e l’urina / fa solo urinare, non tanto pisciare: / urinare è tristezza d’ospedale, / pisciare è baldanza di salute, / si urina in silenzio alla provetta, / si piscia, cantando, con gli amici”. L’uomo così appare un’immagine virtuale e la donna è definita una “Venere elettronica che sorge da acque mercuriali presso una Citera dello spazio”.L’amore stesso perde la sua materiale concretezza, fluisce sulla scia di slogans pubblicitari, evocando bellezze “troppo lontane” in un testo di tormentata ecografia che denuncia la mancanza effettiva del piacere del corpo; come scrive Guzzi, “si schiacciano pulsanti e si scherzeggia, / tra ludomantici internet e microsoft: settemplici / programmazioni storpiando canali e notti insonni”.

La scrittura di Paolo Guzzi, sulla base di questa variegata analisi fisiologica, porta a maturazione una multiforme capacità di riprodursi in un labirinto strumentale di grande portata.Immagini e strutture linguistiche appaiono organizzate con una particolare tecnica costruttiva, in un andamento quasi filmico, ovvero televisivo, di sequenze. Che prevede uno smontaggio e rimontaggio di testi, un missaggio di allegorie, tra dissolvenze e stacchi, formattando la disposizione dei periodi, come per un hard disk o un nastro dati.Nasce così una serie infinita, direi un continuum, di “varianti”, come il poeta stesso le chiama.E si veda a questo proposito la prima sezione del libro, che, all’insegna di “Self Portrait”, propone una suite di testi in francese, come annota Guzzi, “che non sono la traduzione di altri precedenti, ma una versione di quelli”, ovvero sono la “ricerca di un altro tessuto linguistico che crei altri suoni, altre immagini, altro, insomma”.

E così per “Sel Portrait”, appunto, variante di “Autophoto”, per le due versioni di “Avignon” o per “Prévention/Paris”, alternativa di “Prevenzione”. Ma è anche vero che “Maladie Mentale” è in parte una riscrittura di “Gruppi a rischio”, presente nella secoinda sezione del libro, mentre “Sestine e avverbi in Rue de la Paix” e “A Mario Lunetta” rimandano rispettivamente a “Film-SS” e a un’altra dedica a Lunetta del Dizionario inverso.Senza contare che molti testi, come “Inflazione galoppante”, “Oggetti, utensili, cose di facile consumo” e “Duetto” sono concepiti in forma di varianti di se stessi. Questo perché si ha a che fare con un’operazione di metapoesia in senso ampio, che procede per addizione di sequenze incompiute, di frasi o porzioni di testo che rinviano ad una scrittura ulteriore.Tutto è a suivre, per una work in progress concepita come un poema a puntate, intreccio di storie che si rinnovano da una riga all’altra, da una parola all’altra, da una lettera all’altra.

Esercizi di scrittura alla Queneau.Tra giochi di parole e giochi di situazione, in una resa anatomica del testo basata sulla ridondanza creata dalle variazioni semantiche proprie dei cinque sensi, in modulazioni, appunto, non solo visive, ma anche olfattive, tattili, gustative e auditive.Che si palesano in omonimie e omografie, aggiunte, soppressioni e permutazioni di suoni, fratture di vocaboli, chiasmi e ossimori.Esercizi di scrittura che ampliano e interpretano il già detto, ovvero il déja vu, e stilano paragoni, elencano metafore, esplorano sensazioni incatenate come “palpitazioni” fisiologiche e “opposizioni” linguistiche ad un tempo, o ancora “programmazioni” di computers, davanti ai quali il poeta si concede in “sadico amplesso” linguistico. E si veda quel piccolo capolavoro che è “Titolo alla fine”.

La poesia di Guzzi raggiunge così il suo strategico scopo, quello di creare un proprio televisore, ovvero un suo personal/issimo computer alternativo, per “rappresentare uno spazio cubico foderato di specchi che rimandino oggetti all’infinito”.E questo attraverso l’oggetto-libro, l’oggetto-poesia che sia in contraddizione con il video di massa, il computer o la navigazione internet e con quanto potenzialmente è ancora da inventare nel campo virtuale delle immagini.Da una pagina all’altra si apre un file a ruota libera, e il poeta-tastierista digita messaggi disposti all’inventiva più sfrenata, per un campo visivo di sconfinati orizzonti dove l’uomo guardi in faccia se stesso.

Si ipotizza in definitiva un concreto “zapping mentale”, funzionante tra le righe del libro; uno zapping capace di scoprire canali diversi da quelli scanditi con il telecomando sul televisore, canali di lettura in grado di scuotere l’umanità “in viaggio tra atrocità e volgarità, verso non-si-sa-dove”, scrive Guzzi perché è “senza amore / senza poesia / senza amicizia / senza piacere”.Uno zapping che non ha nulla di miracoloso, certo, perché non può evidentemente cambiare il mondo, ma che vuole registrare la situazione senza illusioni telematiche.Così pure si programma una digitazione del computer che riporti al vivo la parola, sviluppi il principio di un dialogo, ridia fiato a questa umanità che non ha più neanche la forza di parlare, come scrive Guzzi: “Nel retinale sguardo della premorte, / si fissa un silenzio agitato, una bocca che s’apre /senza suono, un agitare di immagini scomposte / un silenzio agitato, come nel sogno, quando / la voce non esce, il grido, per l’urgenza del fare, / o del volto precipitante sulle rocce”. E’ questa la visione drammatica che lo zapping di Guzzi ci trasmette al ralenti nell’ultima pagina del libro.L’estremo segno di una scrittura che si proietta nel vuoto dell’infinito.

Claudio Rendina

Paolo Guzzi amico della spirale

di Mario Lunetta

Tutta l'avventura poetica di Paolo Guzzi si basa su una scommessa prima ancora grammaticale che semantica, che è poi la quadratura del cerchio di ogni autore consapevole: quella del rapporto - di convivenza estrema, se non di scampo — tra una gabbia retorico-metrica di grande tenuta (anche quando mimetizzata fin quasi all'invisibilità) e la foresta selvaggia dei segni e dei sensi. Nella scrittura guzziana la febbre del pathos è neutralizzata non a compresse di ironia episodica, ma in grazia di una precisa scelta strategica che sterilizza ogni possibile brodo di coltura dell'immediatezza lirica. La linea dell'io minimalista, tanto in auge nei nostri anni, incassa un secco rifiuto; di più, subisce - soprattutto per via di iniziative di mise en abîme che costituiscono scarto e denega­zione del già affermato - un costante abaissement, una diminutio autoderisoria.

Quello di Guzzi, insomma, è un lavoro sistemico, in cui ogni tessera è insieme parte e contenente di una interezza. Al poeta romano interessa la totalità del tessuto, inteso come corpo di una elaborazione complessa, all'interno del quale le singole zone compongano una rete sintattica organizzata e al tempo stesso mantengano vibrazioni fortemente individualizzate. Non a caso, mi pare, il lessema patchwork appare con una certa frequenza nei suoi testi, lungo l'intero e ormai lungo percorso della scrittura. Che, a seguire da certe premesse, non può che articolarsi in modi capricciosamente plurilinguistici, nei quali tuttavia, come da progettualità di poetica, il capriccio obbedisce a un'orditura saldis­sima, funzionando come elemento conflit­tuale e straniante all'interno di un piano di grande coerenza. Lo vede lucidamente anche Aldo Mastropasqua, in prefazione a un libro come Verbatim (Campanotto Editore), che si compone di una scelta di testi operata dall'autore all'interno dei suoi cinque precedenti volumi di poesia, con una sezione conclusiva di inediti («Quasi pagine»): «il lavoro poetico di Guzzi è un opus continuum, un laboratorio operoso». Come dire che il grido o l’illuminazione che hanno alimentato tanta scrittura poe­tica di matrice simbolista non rientrano nelle ipotesi di ciò che nella produttività di segno 'inverso' di Guzzi potremmo definire deprimenza analitica a spirale.

Ci soccorre, in questa misurazione, lo stesso poeta, quando in Comunicazione dell’autore dice, parlando di sé in terza persona: «Ha sempre cercato la trasgressione dalla norma, l'antagonismo verso l'ordine costi­tuito, tentando l'innovazione specialmente attraverso il linguaggio, ove ha cercato di sperimentare lingue e dialetti, neologismi, linguaggi antichi e recenti, mantenendo tuttavia la struttura del verso con appoggi metrici seguendo una musicalità interna, in genere badando alla composizione della poesia come una forma comunque chiusa, cioè condotta da regole, spesso inventate al momento. Strumenti di lavoro fondamentali sono i dizionari linguistici». Non sorprende davvero l'ultima frase, perché in effetti Guzzi non lavora con la lingua, ma nella lingua: e sarebbe già questo un attendibile stemma di modernità intelligente. Ma, oltre che nella lingua, Guzzi lavora nella cultura; e, da francesista di vaglia, mette in gioco fin dall'inizio del suo percorso un'aspirazione al mot précis di Flaubert intrecciato allo sperimentalismo autofagico di Baudelaire: un'accoppiata davvero giusta, girata poi allo spiedo incandescente delle avanguardie.

In una poesia come «Autophoto» (com­presa in Ecografie, 1999), egli delinea con estrema nitidezza e una stilla di umorismo tragico il proprio profilo: «Il rigore del testo mi appassiona, negli altri, / invece qui mi dipingo incerto, amico della spirale, / non della retta, la spirale barocca che tanto ama viaggiare, / con voluttuose evoluzioni, nell'aria della notte, / la linea curva della guglia borrominiana, / l'oscuro e l'ombra, il male, a volte più della luce, / dell'aura radiosa, dell'idea solare». A questo vero e proprio autoritratto-dichiarazione di poe­tica, corrisponde — su un'omologa linea drammaticamente 'grammaticale', allitterativa, un testo come «Stato confusionale» (compreso sempre in Ecografie), nel quale l'autobiografia è trattata alla giusta distanza, come un oggetto gualcito: «Registrare ricordi che ancora ci appartengono: / espe­rienze passate, altrui souvenirs accendono / lampi di conoscenza, completano il triste quadro che col tempo / è stato fatto di te. / Ripercorrere storie di antenati, risalire la corrente del fiume, / come un poster ti leggi la postfazione, / dalla postierla escono ad uno ad uno pence e prefissi / postribolari soggiorni, abbandoni alle storie della sera, / precipitando nell'era premortale, quando già presente / il racconto si dipana tra satel­liti e meteoriti, / al limite dell'atmosfera».

Tutto è accorciato, in questa poesia: la zoomata prevale sul piano-sequenza. Così, il tempo verbale dominante è il presente, che è ormai quasi una sigla guzziana e per­mette allo scrittore di fissare brillantemente, come in un congelatore, gli aggrovigliati dati del suo mondo disperso. Il poeta lo guarda mentre ci si trova catturato: al tempo stesso un'operazione da lucido indagatore e da eautontimoroùmenos preso nella tagliola dell'epoca. Ed è in questo stridore che sfri­gola con energia non di rado straordinaria la lingua di Guzzi, e la sua sapienza retorica esplode in una miriade di scintille, di scoppi, di piccole devastazioni. Il demone lingui­stico, talora spinto fino alla glossolalìa, al nonsense iperbolico, al jeu de mots parados­sale e spiralico, si afferma quindi come uno dei maggiori punti di forza della sua ricerca, dai tempi di Consumo pro capite del lontano 1972, in cui la visività tipica di questa scrit­tura si esplicitava anche in testualità verbo-visive, fino alle prove più recenti.

Altro dato del percorso di Guzzi è un gusto della flânerie ora ostentato ora segreto, che accompagna il piacere del viag­gio. Animale irrimediabilmente metropoli­tano, il poeta allinea nella propria galleria sentimental-culturale le diapositive delle 'sue' città, Roma, Parigi, Londra, Varsavia, Madrid - e ci torna affondando nella sua memoria e nelle sue carni l'arpione della nostalgia. Ci torna con occhio e mente teatrici e cinematografici. Ci torna mentre il tubo catodico gli rovescia addosso un'in­finità di fotogrammi in tempo reale, che un attimo dopo sono già materiali da discarica, e si disperdono fra ambigua attrazione e pulsioni di spirito critico. In Guzzi la fasci­nazione delle tecnologie sofisticate è forte, e convive con un rifiuto deciso dell'ideologia neutralizzante che ne costituisce l’aura per così dire 'neocon'. Per il poeta, insomma, il medium non può essere il messaggio. Di qui una dialettica serrata, di specie quasi libidica, che investe sia l'ottica psico­fisica che la dimensione dell'eros secondo movenze slogate e spastiche, da ballet mécanique decentrato e ubriaco (si veda il magistrale «Titolo alla fine», sottolineato anche da Mastropasqua, in cui il lessico tecno-informatico è funambolicamente ironizzato per rappresentare un «SADICO AMPLESSO TRA UN COMPUTER IBM E UN'OLIVETTI»): e si ricompone solo nel pentagramma rigorosissimo della scrittura. Una scrittura, quella di Guzzi, che non fa, molto laicamente, differenze di registri, né allestisce gerarchie di status linguistico. L'intera scala delle funzioni simboliche della lingua (langue, parole, gerghi speci­fici) vi è presente con lo stesso diritto di cittadinanza, com'è d'altronde ovvio in un autore che del pastiche e della contamina­zione fa da sempre uno dei momenti-clou della propria strategia. Nella sua Comu­nicazione, Guzzi revoca in dubbio l'asso­lutezza monàdica della poesia che abbia come supporto esclusivamente la pagina a stampa, e — da operatore teatrale qual è — opta per soluzioni performative capaci di costituire «una interessante evoluzione che può sintetizzare la poesia, l'arte e il teatro che, del resto, da tempo hanno perduto le proprie specifiche connotazioni». Bene. Un libro davvero 'plurimo' e intercodice come Verbatim è, al di là del suo forte valore intrinseco, un'indicazione assai interessante in questa direzione.

Mario Lunetta