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Copernico, la sorte del De Revolutionibus dopo la condanna della Chiesa e il ruolo di Galileo

Da Giangi Caglieris (Giovanni Maria Caglieris)


GIOVANNI BARDI a [GALILEO in Firenze]. Roma, 24 maggio 1613. (XI,881) .

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Lettera XI, 881.
In questa lettera Il Bardi riferisce l'opinione del Padre Griemberger, Gesuita, circa il libro sulle Macchie Solari.

GIOVANNI BARDI a [GALILEO in Firenze].

Roma, 24 maggio 1613.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. IX, car. 52. — Autografa.

Molto Ill.re et Eccell.mo Sig.re

Presi il libro delle macchie, e ne ho letto la maggior parte con mio grandissimo gusto, poichè veggho che molti ostinati, leggendolo, bisognerà che abbassino tanto orgoglio che hanno, col dire: Insino a hora non ci è stato nessuno che habbi contradetto a una sententia comune di tutti i philosophi.

Visitai il Padre Gamberger da parte di V. S., et insieme lo salutai in nome suo, il quale rende a V. S. duplicati saluti. Io li domandai quello che gli pareva di questo libro, che già lui haveva visto; e mi disse molto bene, e che in moltissime cose, tanto di questo come di quell'altro delle cose che stanno sull'acqua, era da quella di V. S. Degll'altri non ho sentito molto ragionare; dico di persone intendenti, come mastri e simili, perchè d'altri, come di alcuni scolari con chi io ne ho ragionato, non ne tengho conto, perchè dicono i maggior farfalloni che si possa sentire e si credano (come io gll'ho detto), con un mezz'anno di filosophia, per havere solamente sentito che è una cosa stravagante, voler dar contro a chi ci ha sudato su queste cose. Et io credo che questa cosa habbi a terminare come le Stelle o Pianeti Medicei, i quali in su del principio ognuno se ne burlava e gridava che era impossibile, hora nessun ne dubita.

Quanto allo speculo, V. S. ha molto ragione, perchè fu mia mera strascurataggine; e per questa volta V. S. mi scusi, chè non ci incorrerò più di sicuro. Del resto io pregho V. S. a conservarmi in sua memoria, e resterò con pregarli da N. S. queste feste dello Spirito Santo felicissime, pregandola insieme a salutare il Sig.r Alessandro(1), quando lo vede, come io fo a V. S., humilmente baciandoli le mani.

Il mio mastro mi preghò che io dovessi intendere da V. S., se quelle pietre che V. S. haveva, che risplendevono, toccandole o stropicciandole, dove si toccava perdevano il lume; et havendo inteso che V. S. l'haveva date al Duca Cesi(2), mi preghò che io dovesse vedere se lo potevo per alcun verso sapere. Hora io, sapendo che V. S., ci scrive alcuna volta, desidererei, se fussi senza suo scommodo, che glie ne domandassi, quando per altro gli scrive.

Di Roma, il dì 24 di Maggio 1613.

Di V. S. molt'Ill.re

Aff.o Servitore

Gio. Bardi.

(1) ALESSANDRO SERTINI.
(2) FEDERICO CESI, che però non aveva peranco il titolo di Duca.